Giochi da tavolo

GiocAosta – il valore del gioco

GiocAosta non è solo una festa, ma un incontro collettivo, un rito che si rinnova ogni anno, una magia che coinvolge tutti.

Lo scorso anno, tornando da GiocAosta, avevo scritto dei Custodi del gioco, cercando di catturare l’essenza di ciò che avevo vissuto ad Aosta: una comunità straordinaria di persone che, per alcuni giorni, dedicano il loro tempo, le loro energie, le loro competenze e la loro passione affinché altri possano divertirsi giocando.

A un anno di distanza, tornando ancora ad Aosta, ho realizzato che quella riflessione era solo un inizio. Essa necessitava di una nuova domanda: quanto vale tutto questo? Mi è tornata in mente una celebre frase attribuita ad Albert Einstein che, in questi giorni, ho ripetuto spesso: «Non tutto ciò che può essere contato conta, e non tutto ciò che conta può essere contato».

GiocAosta è un contesto in cui questa affermazione assume un significato speciale. Se consideriamo i numeri, l’evento è davvero imponente: possiamo contare i partecipanti, i tavoli, le partite, gli eventi, le associazioni, gli autori e i giochi disponibili, le ore di apertura e i chilometri percorsi da chi arriva da ogni angolo d’Italia. Tuttavia, è difficile quantificare ciò che si cela dietro a queste cifre.

Domenica sera, mi sono fermato al banchetto della vendita giochi per conversare con un volontario. Mentre gli chiedevo informazioni su un titolo, ho notato che si è dovuto sedere per i crampi, dopo dodici ore in piedi per seguire le molte persone che richiedevano la sua assistenza. Non lontano, un altro volontario stava spiegando un gioco, cercando di farsi sentire nonostante la voce fosse ormai sfumata. Chissà quanti titoli aveva già spiegato a chiunque si fosse fermato al suo tavolo.

Immagini come queste rimangono impresse nella mente e inducono a riflettere. Quando partecipiamo a un evento del genere, vediamo solo il risultato finale: arriviamo in piazza, troviamo il tavolo, il gioco, qualcuno che ce lo illustra e un posto dove sedere. Tutto sembra così semplice e naturale.

Ciò che mi colpisce è l’enorme lavoro che si cela dietro GiocAosta. Nonostante l’evento duri solo quattro giorni, ci sono persone che vi lavorano tutto l’anno, dedicando mesi a pianificare gli spazi, contattare enti, editori e associazioni, immaginare eventi e risolvere problemi che noi non scopriremo mai, perché quando arriviamo, sono già stati risolti.

La domanda iniziale torna forte: cos’è il valore? Come si misura? Durante una conversazione, ho sentito dire che un creator avrebbe chiesto 450 euro per partecipare a GiocAosta. Assegnare un valore economico al proprio tempo e alle proprie competenze è del tutto legittimo, ma, messo a confronto con quel volontario che è rimasto in piedi fino all’esaurimento, quel numero rappresenta due approcci molto diversi allo stesso mondo. C’è chi afferma: “questo è il valore del mio lavoro” e chi, silenziosamente, regala il proprio tempo per gli altri.

In mezzo a questi due approcci ci siamo noi, coloro che arrivano, giocano e si divertono, spesso senza rendersi conto di quanto lavoro e generosità ci siano alle spalle. È facile pensare che quando qualcosa funziona, sia normale che funzioni, senza apprezzare l’impegno e l’affetto che lo sostengono.

Tuttavia, il valore di GiocAosta va oltre il tempo che i volontari dedicano. Quest’anno, per esempio, ho giocato a Dodo con Celeste, una bambina di sette anni.

Era lì con sua madre, immersa tra gli adulti, e per lei essere a GiocAosta a mezzanotte doveva essere un’esperienza magica, un’avventura: le luci, la folla, i tavoli affollati, le persone che ancora giocavano quando di solito sarebbe già dovuta essere a letto. Stava cercando qualcuno con cui giocare e, nel bel mezzo di quella calca, ci siamo ritrovati a salvare l’uovo del Dodo, collaborando e gridando mentre rischiava di cadere in acqua.

Raccontata così, potrebbe sembrare una scena insignificante. Una semplice partita tra due persone che probabilmente non si rincontreranno mai. Eppure, puoi arrivare ad Aosta per rivedere amici di lunga data e ritrovarti a ricordare soprattutto qualcuno che non conoscevi, oppure passare l’intera giornata a cercare amici e scoprire che il momento più bello è capitato per caso.

Quest’anno ho vissuto anche un’esperienza sorprendente: alcune persone mi hanno riconosciuto e chiesto una foto. Quando scrivi o registri un episodio, il pubblico rimane un’entità astratta. Sai o speri che qualcuno legga, ascolti o commenti, ma non lo vedi. Quando qualcuno si avvicina, pronuncia il tuo nome e chiede una foto, quella distanza scompare.

Ho appena compiuto quarant’anni e comincio a sentirmi uno di quelli che dice “ai miei tempi”, eppure ho davvero visto il mondo cambiare. È diventato più attento al prezzo delle cose, più incline a chiedersi quanto qualcosa possa rendere, quanto convenga, quanto valga economicamente.

Mio padre ha dedicato la sua vita al volontariato, allenando bambini a calcio nel quartiere per tenerli lontani dalla strada, senza mai chiedere nulla in cambio. Oggi, quello stesso campo è sorvegliato dal prete e ora è solo un parcheggio, perché rende di più.

Questi sono due modi di vivere, e non voglio fingere che siano equivalenti solo perché entrambi sono legittimi. Il punto è che, quando arrivo ad Aosta, ciò che faccio è valorizzare il tempo delle persone, i ruoli che assumono senza che nessuno lo richieda, e la generosità che continua a esistere anche quando il mondo spinge a monetizzare ogni aspetto della vita. Valorizzo gli incontri, le relazioni umane.

Se cerco di misurare GiocAosta attraverso i numeri, posso raccontare quanto sia grande. Ma se lo misuro attraverso le emozioni e le esperienze che mi ha lasciato, posso solo dire che, anche quest’anno, partendo da Aosta, ho avuto l’impressione di aver ricevuto qualcosa di inestimabile, qualcosa che mio padre capirebbe immediatamente, e che un mondo sempre più orientato a trasformare ogni campo da gioco in un parcheggio sembra stia dimenticando.

Mi piace pensare che, tra qualche anno, Celeste si innamorerà davvero dei giochi da tavolo. Magari tornerà ad Aosta, vedrà un signore un po’ più anziano e gli si avvicinerà per salutarlo. E forse lui non ricorderà quella partita, ma lei sì.